Viola di Mare: le mie impressioni

locviolaUn film di cui, francamente, si sentiva la mancanza. Di storie d’amore se ne raccontano tante al cinema, forse troppe. Ma questa è speciale perché è la storia di un amore tra due donne. Ed è una storia tutta italiana. Tratto dal libro “Minchia di Re” di Giacomo Pilati, il film è ambientato nella Sicilia di fine ’800 e narra la storia vera di due donne che, sfidando le convenzioni dell’epoca, trovano un modo per vivere il loro amore in maniera “legale”, per così dire.

Cosa mi è piaciuto

1) L’interpretazione delle due protagoniste (Valeria Solarino nei panni di Angela/Angelo e Isabella Ragonese nel ruolo di Sara). Entrambe credibili e con un’ottima chimica.
2) Il coraggio di raccontare una storia come questa, in questo preciso momento storico.
3) Vedere due donne fare l’amore sul grande schermo e sapere di non essere in un cinema porno.
4) L’atmosfera nella sala cinematografica durante la proiezione: molta empatia e una tensione palpabile.
5) La frase “Sei bella come una Madonnuzza” che Angela dice a Sara. La riciclerò sicuramente in qualche locale per fare colpo.

Cosa non mi è piaciuto

1) Ha un ritmo strano. Il primo tempo scorre via in un lampo, non si capisce esattamente come nasca questo amore. A metà film sembra che i conflitti siano stati già risolti.
2) Finale scontato ma verosimile e plausibile, vista l’epoca in cui è ambientata la storia e le condizioni di vita.
3) La regia un po’ troppo televisiva. Più che un film sembra una fiction (ben fatta però).
4) La colonna sonora (Gianna, non volermene… ma quelle schitarrate…).
5) Il fatto che la regista e il cast abbiano insistito nel dire che “era una storia d’amore e basta” e che il sesso delle due protagoniste era un dettaglio per certi versi secondario. La Cucinotta ha detto che non sopporta il fatto che il film venga definito una “storia d’amore omosessuale”. Capisco il loro punto di vista e lo rispetto, ma penso che di questi tempi sia necessario ribadire certi concetti e pronunciare certe parole a voce alta. Parole come “LESBICA”, ad esempio. Sarebbe bello vivere in un mondo in cui non servono etichette: però queste etichette ci sono e dobbiamo trasformarle in etichette positive. Ciò non toglie nulla alla bellezza del film, che lascia passare anche più di quanto la regista, la produttrice e la sceneggiatrice abbiano voluto trasmettere intenzionalmente (e lo fa in maniera egregia e non filtrata).

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