Ho letto recentemente un articolo su Internazionale che si intitola “Prendimi in giro” (originale: In Defense Of Teasing), firmato da Dacher Keltner. L’autore parla del fatto che oggigiorno si tende a confondere il bullismo – ovvero la violenza morale e fisica – con la naturale e umana necessità di prendere in giro. Questo sta lentamente compromettendo il nostro modo di approcciare l’altro e di decodificare i segnali che ci vengono inviati.
I bambini delle elementari che canzonano l’amichetto un po’ cicciottello vengono umiliati pubblicamente dal maestro; le coppie in crisi vengono invitate a criticarsi apertamente anziché ricorrere alla provocazione scherzosa… Insomma, è come se ci stessimo prendendo troppo sul serio, con il risultato che ci risulta più difficile cogliere l’ironia di un’osservazione accompagnata dal linguaggio corporeo. Un tempo la “presa in giro” era un contrappunto necessario, soprattutto in quei contesti sociali fondati sulle gerarchie: pensiamo al buffone di shakespeariana memoria, l’unico a detenere il diritto di sbeffeggiare il re.
Mi viene in mente il concetto stesso di carnevale, inteso come celebrazione del rovescio, festa del capovolgimento, inversione della piramide: quello rappresentato nel Combattimento tra il Carnevale e la Quaresima di Pieter Bruegel il Vecchio. L’ironia serviva a stabilire un nuovo ordine fondato sul trionfo del contrario e, seppur per un breve periodo, permetteva di sfogare ansie e frustrazioni che altrimenti si sarebbero incanalate altrove. Prendersi in giro significa liberarsi di un peso, esocizzarlo e riderci su. E’ un’arte che si può affinare e va affinata con l’esperienza: soffocarla sul nascere è una mutilazione innaturale che ci rende stupidi, oltre che terribilmente noiosi.
Photo Credit: Nick Dewar
Il prendersi in giro sviluppa nei bambini il senso critico, lo spirito di osservazione e amplia il vocabolario.