
Foto: Memmè
Napoli non è la mia città. A dirla tutta, credo di non avere affatto una città mia, poiché avendo trascorso gran parte della mia vita a Marano, nella provincia di Napoli, ho sempre vissuto in una zona rurale, lontana dal centro pulsante della vita cittadina. Con Napoli è una storia che va avanti da ormai più di dieci anni; è stata per tanto tempo la meta dei miei viaggi quotidiani, la sede dei miei studi e delle mie amicizie più care. Sono diventata “napoletana” per la mia testardaggine, perché a quattordici anni mi trovai di fronte alla necessità di scegliere tra la prospettiva di studiare a Giugliano e quella, ben più allettante, di recarmi a Napoli.
E’ superfluo dire quale fu la mia decisione: per me Napoli era, come l’America, un punto di arrivo, una meta da raggiungere al prezzo di sacrifici quotidiani, quali lo svegliarmi alle 6:00 del mattino e l’ affrontare un viaggio piuttosto estenuante. Ogni giorno impiegavo circa un’ora per raggiungere il centro e la parte più bella del tragitto era quella che trascorrevo in metropolitana: è un po’ come sentirsi iniettati nelle vene della città. Ogni sei minuti (quando tutto funziona regolarmente) nuova linfa viaggia nel suo ventre, pronta ad essere smistata laddove è necessario. La Napoli sotterranea è vuota, zeppa di falle e voragini pronte a venir fuori dopo i primi acquazzoni autunnali; ciò nonostante regge il peso di quella opulenta, oleografica e rigurgitante che sta in superficie e si specchia in un mare indifferente.
Dopo un po’ di tempo ci si accorge del fatto che ogni cosa in questa città nasce, cresce e muore poggiando le proprie basi su un’infinità di contraddizioni. Napoli stuzzica i sensi e li costringe a percepire più del normale: la voce del pescivendolo a Montesanto tiene svegli nelle grigie mattine invernali, sovrastando qualunque altro suono; la vista si fa felina quando si imbocca via San Biagio dei Librai, dove il sole non penetra ed i negozi di articoli religiosi hanno un aspetto quasi inquietante.
Di questa città mi hanno sempre incuriosito i bambini, che sembrano avere l’aria di adulti consumati perfino quando giocano con un pallone. Nell’immaginario collettivo, però, tutto si riduce a una veduta panoramica da Posillipo e qualche canzone strappalacrime biascicata da un Pulcinella che macina un piatto di spaghetti. E allora Napoli si fa bella, perché in foto, tutto sommato, viene bene; perché le sue pose fascinose e ammiccanti fanno sognare paradisi perduti o mai conosciuti.
Questo è ciò che il mondo vuole vedere e così la vogliono ricordare quei napoletani partiti decenni fa sui bastimenti per terre assai lontane. Per me Napoli è bella dall’alto di San Martino dopo una mattinata di pioggia, perché l’aria è pulita e si vede anche Capri; oppure la sera a Mergellina, quando le luci di via Caracciolo sono accese e il mare diventa color celluloide.
Il punto è che Napoli è bella se la guardi da lontano: ancora più bella se la visualizzi nella mente. La sirena Partenope vuole incantare i naufraghi: allora si lava la faccia al cospetto dell’Europa e si dà da fare per costruirsi una buona reputazione (alla faccia di Gomorra). Un po’ come quelle cortigiane della Francia pre-rivoluzionaria che non curavano a fondo la propria igiene ma provvedevano ad impomatarsi e profumarsi per stordire chiunque si avvicinasse loro.
L’altra Partenope è una ragazzina tredicenne del quartiere Forcella che vorrebbe lavare le sue strade, insozzate dalla monnezza, dalle mosche e dal sangue delle mattanze pubbliche di cui tutti sono spettatori impotenti. Il lavoro non c’è, ma nemmeno si può dire che sia tanta la voglia di lavorare. Napoli è drammatica, piagnucolona e non conosce mezze tinte: qui tutto è o nero o bianco, perché ogni cosa è esasperata come l’architettura barocca delle chiese.
Ho la sensazione di non riuscire mai ad afferrare totalmente il senso di questa città, come se ci fosse sempre qualcosa che mi sfugge e quel qualcosa fosse di vitale importanza. E mi scopro ad osservarla sempre dall’esterno, pur conoscendola fin dentro le viscere. Spesso passeggiando nei decumani – veri e propri labirinti fuori dal tempo – intravedo a sprazzi i reperti di qualcosa che è stato e continua ad esistere: parole strane, canzoni, profumi e oggetti che riaffiorano da un passato che non mi appartiene né mai mi apparterrà, se non nelle illusioni che generano una poesia di Russo o un vecchio film di De Sica.
Abbandonare definitivamente una città come Napoli non è possibile. Forse perché, più che una città, è un luogo dell’anima, un modo di essere; ti rimane dentro come un’abitudine, come le tabelline apprese alle elementari, plasmando irrimediabilmente la tua visione del mondo. Napoli suscita in me un misto di orgoglio e rabbia perché, paradossalmente, le ragioni per cui la amo sono le stesse per cui la odio. Spesso, come una madre fa con la figlia un po’ maldestra, mi capita di rimproverarla e bistrattarla nel privato, per poi elogiarla al cospetto di estranei. Lei lo sa e ne approfitta.
In un mondo in cui le grandi città fanno a gara per esibire la propria vivibilità, sicurezza e quasi perfezione, Napoli conserva un aspetto trasandato e tuttavia spocchioso; quasi a voler ribadire che, sporca o pulita, pericolosa o tranquilla, ricca o povera rimane sempre uguale a se stessa.
Sicura del fatto che, comunque vada, sarà amata.


Tanti gli aggettivi con cui potrei lodare il tuo pezzo.
Tra tutti, uno mi sembra il più appropriato.
Commovente.
Fra
Grazie, grazie, grazie!
Da Napoletano (ormai quasi definitivamente) emigrato a Roma, non posso far altro che ringraziarti per aver scritto esattamente quello che penso di Napoli.
Gioia e dolore, amore e odio, giubilo e rabbia… una città da bianco e nero che non conosce grigio…
Grazie!
Davide
I sentimenti che esprimi sono quelli che invadono l’animo di tutti i Napoletani. Io non so se tu adesso vivi ancora a Napoli, ma ti posso assicurare che ,come ho anche scritto nel mio blog, che ” Vivere a Napoli è morire ogni giorno”.
Spero che quel sole, che non riesce a penetrare i vicoli dei Tribunali o di San Biagio ai Librai, possa illuminare le menti e il cuore dei nostri concittadini.
Comunque complimenti, perchè le tue parole toccano il cuore.
Grazie ragazzi.
Comunque adesso vivo a Milano.
TI RINGRAZIO, MI HAI LETTO DENTRO, MA IO NON SONO BRAVA A TROVARE LE PAROLE,TU INVECE SEI STATA BRAVISSIMA.MI HAI TOCCATO IL CUORE. GRAZIE
Hai scritto cose splendide, Livia.
Grazie Mitì, detto da te fa molto piacere.
Sarebbe bello leggere una tua visione di Milano, ora. Io oggi ho passeggiato per il centro in tarda serata e mi sono imbattuto in Piazza della Scala. Illuminata, restaurata e tranquilla mi è sembrata incantevole. Ho provato un pò le stesse sensazioni che hai descritto tu per Napoli. Sarà perché sono di Lecco ed anche ci metto più di un’ora per arrivare in centro, a destinazione (via conservatorio, facoltà di scienze politiche). Sarà perché provo la stessa adrenalina quando entro in metro o quando attraverso vie che so di rivedere nei tg la sera stessa. Insomma…
Lecco : Marano = Napoli : Milano
Ma com’è trasferirsi in una città che rompe questo idillio? Mi piacerebbe sapere cosa proverei se un giorno decidessi di cambiare città, regione o, perché no, nazione.
A presto, tommi.
Lecco : Marano (magari, per Marano immagino)
Napoli : Milano (magari, per Milano sotto certi punti di vista)
dai diciamoci la verità Milano è più artificiale più fredda, Napoli è più genuina, più problematica, secondo me è come confrontare una signora in pelliccia (e borsa louis vuitton :) con una bella ragazza mal vestita e di modi semplici.
e poi dai, le persone in metropolitana a Milano non si sentono nemmeno se riempiono il vagone certi giorni..
che ne pensi Livia?
Orgoglio e Rabbia…
Come non darti ragione. Grazie per aver ben dipinto uno dei mie luoghi dell’anima preferito.
Tornerò ad innamorarmi per poi odiare questo mio stato delle mente.
Per poi ritrovare ad ogni incontro una Nuova-Città. La stessa Nuova-Città che con orgoglio e rabbia saprà riconquistarmi.
Bellissimo post ;)
Ciao, Livia.
Ferma restando la dolce idea che ho di te, sostanzialmente discordo dalla tua descrizione di Napoli, e soprattutto dai commenti che leggo qui; trovo queste cose un’analisi piuttosto superficiale, e che in fondo non fà che riproporre ancora una volta, ed anche da qui, quella solita immagine di Napoli lontanissima dalla realtà, che viene costruita appunto per coprire la realtà stessa.
Se qualcuno vuol dare un’occhiata al mio blog, in cui appunto analizzo in modo molto franco ed impietoso ciò che sono oggi i rapporti interpersonali a Napoli, lo avverto: non lo troverà gradevole.
Ciao
Furio
Ciao Furio! Naturalmente il mio è solo un punto di vista (quello di una persona che ha un rapporto particolare con una città – che, lo ricordo, non è mai stata la sua città) e francamente non credo di aver glorificato Napoli.. Io non l’ho mai capita Napoli e ne ho un’idea tutta mia. Mi rincuora sapere che ci siano persone che la pensano diversamente.
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Complimenti, Liviù, davvero un bel pezzo.
Al di là della forma – impeccabile (del resto anche tu sei una “federiciana”) – sono sacrosanti i contenuti.
Un abbraccio.
Penso le stessissime cose, compreso l’incipit. Forse perchè anche io cresciuta a Marano?