Rosaria Capacchione è una giornalista ed i suoi articoli – per chi non lo sapesse – sono la fonte principale alla quale lo scrittore Roberto Saviano ha attinto per raccontare le storie del clan dei Casalesi nel libro Gomorra. Per farla breve: lei è una di quelle persone che fanno i sopralluoghi quando ci sono le sparatorie, sentono la puzza dei cadaveri freschi, si sporcano le mani cercando di raccattare informazioni. Rosaria ha ricevuto tante minacce nella sua vita, vive senza scorta e nonostante questo continua a fare il suo lavoro. Riporto questo stralcio di un’intervista rilasciata a Donna Moderna: perché chi sta nell’ombra rischia molto più di chi sta sotto i riflettori:
“Io non morirò quando mi uccideranno i camorristi, ma se smetterò di avere la curiosità nel mestiere. E la voglia di scoprire la verità”. Così Rosaria Capacchione, la giornalista de ‘Il Mattino’ minacciata dai due latitanti Francesco Bidognetti e Antonio Iovine per le sue indagini sulla mafia, nell’intervista a ‘Donna Moderna’ dello scorso Marzo. “Dei pizzini di Provenzano – sottolinea Capacchione – si occupano i giornali internazionali. Questi due, invece, fanno i fantasmi e non gliene frega niente a nessuno. Caserta deve rimanere lontana dai riflettori, perché in questa provincia girano grossi flussi di denaro”. “Mi temono perché so tutto quello che hanno combinato dal 1985 ad oggi, ma il clan dei Casalesi non ce l’ha solo con me”. “I politici – prosegue la giornalista – dovrebbero capire il pericolo e proteggere non me, ma i comuni cittadini. E promuovere un’economia pulita, che blocchi quella sporca. Mentre i bravi giornalisti dovrebbero ignorare i comunicati stampa e capire, oltre al ‘chi’ e al ‘che cosa’ dei fatti, anche il ‘perché’. “Ho 48 anni – conclude Capacchione, spiegando il suo rapporto con la paura – e a questa età non si cambia. Non mi piego e faccio la vita di sempre. Prima o poi la mia vita finirà, intanto io sto sempre buttata al giornale. Temo per i miei cari ma mai nessuno mi ha mai detto ‘Rosaria statti zitta’. Mai”.


Cara Livia, ben fatto